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“Idolum” consacrerà definitivamente e con grande merito gli Ufomammut. Questa è la prova finale dell'enorme valore del trio piemontese, oramai affrancatosi dai prodromi che ne hanno ispirato gli esordi e lanciato a velocità supersonica verso il gotha delle band che contano in ambito europeo. “Idolum” è il trip di cui avevamo bisogno, fatto di figure contorte, di riff minacciosi, di andature sinuose, di visioni liquide, di strutture irregolari, di echi e riverberi persi nel cosmo. Provate a trovare la via di fuga dal labirinto di “Nero” o a districarvi nel vischioso mantra tooliano di “Ammonia” (fa il suo cammeo la cantautrice inglese Rose Kemp) o a scampare dall'ossessività di “Stigma”. Difficilmente riuscireste. Le trame ordite dagli Ufomammut sono colla che si attacca alla corteccia cerebrale e la ingravidano generando incubi ultraterreni asfissianti ed indefiniti. Qui dentro lo sludge, la psichedelia, il post-metal si compenetrano e creano un ibrido velenoso ed escoriante che giunge all'apogeo con l'impressionante ipnosi lavica di “Void/Elephantom”. “Helletric” e “Destroyer” sono i frangenti più demoniaci dove la voce acida di Urlo sale su un sulfureo pulpito alieno dal quale vengono emanati laser urticanti. Un ritorno in pompa magna.
Marco Giarratana
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