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Quarto lavoro sulla lunga distanza per questo duo olandese dedito ad un Black Metal che la band stessa definisce furioso. Legato alle coordinate stilistiche dei primordi e quindi molto freddo e diretto, il suono dei Sammath si evolve comunque in strutture più variegate e complesse, grazie anche ad un uso ragionato delle tastiere che aiutano a creare atmosfere glaciali senza per questo dare la sensazione di cercare il consenso del pubblico. In larghi tratti i nostri ricordano degli Emperor molto grezzi e acidi, privi della magniloquenza del gruppo di Ihsahn ma in ogni caso in grado di ricreare quelle sensazioni epiche e tragiche che hanno fatto la fortuna dell’Imperatore, il tutto calato nel contesto di un Black Metal che per il resto ricorda le band più devote al genere, forse con la nuova generazione più che la vecchia in mente, e quindi gente del calibro ad esempio di Nehemah e Taake. L’album si sviluppa su coordinate sempre piuttosto sostenute, cedendo in alcuni frangenti a momenti veramente epici che risultano essere i più riusciti del lavoro (“Dodengang”), e mostrandoci quindi una band con molto mestiere ed in grado di coniugare alla perfezione sonorità gelide a strutture in ogni caso ragionate e complesse. “Dodengang” è decisamente un buon lavoro, grezzo quanto basta ma mai attaccato al low-fi come scusa per nascondere una latente mancanza di idee, anzi, al contrario pieno di soluzioni interessanti che denotano come, pur non inventando niente, non sia poi impossibile proporre musica intelligente anche in campo estremo.
Giorgio Fogliata
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