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Aspirano a molto i The Kolios Project, ma tra il dire ed il fare c'è di mezzo la maturità. Una dote non ancora totalmente presente nel bagaglio di questo ensemble, che ha preso forma attraverso annunci su diversi forum e che vede la partecipazione di due membri degli Aghora in veste di “special guest”, il bassista Alan Goldstein ed il chitarrista Santiago Dobles. Ciononostante, si avverte una certa complessità di fondo nelle idee profuse nel songwriting ma che, ahinoi, non vengono sviluppate con convinzione. Troppo confusionari perché eccessivamente presi dalla smania di applicare parecchie parti diverse ai propri brani, i The Kolios Project si aggrovigliano spesso senza riuscire a venire a capo della situazione. Si odono echi di Gordian Knot ed Ozric Tentacles in giro per le quattro tracce qui presenti, tra le quali “Forsaken” è il momento che convince pienamente, dove i Nostri provano ad arrampicarsi su scale fusion e dove sembra che le loro idee trovino un buon filo conduttore capace di legarle (con qualche credit ai Fates Warning). Belle le melodie elettro-acustiche di “The Imponderable Land”, brano incapace però di possedere raccordi che diano quel senso di continuità e fluidità che, purtroppo, è il punto di maggiore fragilità del gruppo. I cambi sono improvvisi, quasi incollati, paiono accalcarsi sgomitando l'uno con l'altro, difetto da cui non è esente la prolungata “Black Sail”, costruita su un piano di intenzioni interessanti. In buona sostanza, la musica dei The Kolios Project necessita di una maggiore cura soprattutto nelle “fasi di cambio”, in quei nevralgici snodi che danno compattezza a composizioni tanto complesse da un punto di vista armonico e strutturale. Un po' come redigere un articolo senza congiunzioni e punteggiatura e senza ben legare le argomentazioni, pur disponendo di non indifferenti capacità lessicali e complessità di pensiero.
Marco Giarratana
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