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Originalità: 0 - songwriting: 10. Questo, in buona approssimazione, il rapporto numerico esistente tra le due qualità dei Communic. Il perché è presto spiegato: da un lato i brani composti dal terzetto norvegese sono assolutamente magnifici, carichi di un heavy metal molto spinto nelle ritmiche, sincopate e singhiozzanti ed arricchite da un drumming deciso e sempre sugli scudi, e legato a doppio filo a delle vocals interpretate in modo declamatorio e perfino istrionico da un singer sorprendentemente carismatico. Nessun passo falso lungo i 7 ottimi e lunghi brani che compongono la tracklist ma, come si accennava, il grado di personalità espresso dai pur ottimi Communic è prossimo allo zero assoluto: si tratta infatti di una copia fedelissima in ogni dettaglio dei Nevermore di Warrel Dane, imitati perfettamente nella fusione tra elementi heavy ed altri thrash e progressivi, praticamente clonati nella timbrica vocale delle linee melodiche, attentamente ricalcati anche nei pattern strumentali e di batteria, in particolare. E’ d’uso criticare, ed a ragione, le band che rinunciano in partenza alla creazione di un sound personale, ma nel caso dei Communic è forse necessario fare un’eccezione: l’esempio cui il combo nordico decide di ispirarsi è infatti tra i più tecnici originali e pregevoli che ci siano in giro, e poi l’imitazione è così ben riuscita che in fondo il plauso supera la disdetta. E c’è dell’altro: il suo ascolto integrale fa pensare a “Waves Of Visual Decay” come al disco che i Nevermore avrebbero potuto realizzare dopo il loro omonimo esordio, costituendone di fatto l’ideale continuazione e perfezionamento. Non è cosa da poco.
Dario Adile
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