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Lo stile espressivo dei Meshuggah è sempre più inafferrabile, ripiegato su se stesso, assolutamente ostico. Teso alla totale destrutturazione musicale ed alla più completa distruzione della forma canzone, si allontana progressivamente da ogni forma umanamente intelligibile, isolandosi, quasi misantropicamente, in una sorta di limbo inaccessibile ai più. La musica di “Catch Thirtythree” ha un incedere sostanzialmente ripetitivo e dà la netta impressione di girare in un circolo vizioso, come se ogni riff ed ogni accenno d’evoluzione dovessero riportarci inevitabilmente al punto di partenza, andamento che è l’esatta rappresentazione sonica della suggestiva immagine di copertina (un serpente che si mangia la coda). Tali sensazioni vengono ulteriormente enfatizzate dalla scelta di conferire all’album la forma di un unico lunghissimo brano, la cui suddivisione in tracce è sostanzialmente arbitraria ma che potrebbe nondimeno essere suddiviso in alcuni movimenti fondamentali, sempre più complessi (e pregevoli) più ci si inoltra nell’ascolto. Parti ossessivamente reiterate si fondono, in modo apparentemente caotico, ad altre destinate ad un’unica breve apparizione; spezzoni di aggressività opprimente si alternano, periodicamente, a sprazzi di sinistra placidità. L’esperienza auditiva che ne consegue è pertanto del tutto particolare, simile alla sensazione di chi si trovasse sperduto in un labirinto senza uscita, perso in un infinito dedalo di viuzze. O ancor più simile alla sensazione (presumibilmente) provata dagli spaesati ominidi di “2001 – Odissea Nello Spazio” alla vista dell’enigmatica apparizione, con la differenza che, nel nostro caso, il monolito nero assume le sembianze di un disco ed allo straniante coro che ne promanava (si trattava di “Jupiter And Beyond” di György Ligeti) si sostituiscono singole note di chitarra ripetute fino al parossismo. Pare che per la prima volta il disco sia stato realizzato con l’ausilio della batteria programmata, e che siano stati all’uopo usati i suoni della seconda versione di “Drumkit From Hell”, una raccolta di drum-samples non a caso creata campionando lo stesso Tomas Haake dietro le pelli della sua Sonor (se è davvero così, l’esito è straordinariamente buono). Corre anche voce, alimentata dalle stesse dichiarazioni della band, che questo “Catch Thirtythree” sia un mero esperimento realizzato dai Meshuggah, un progetto che da tempo languiva nel loro cassetto, è che solo il prossimo potrà essere considerato come l’autentico nuovo disco di Thordenthal e soci. Il mistero si infittisce, insomma, come sempre accade quando ci sono i Meshuggah di mezzo e quando ci si avvicina così pericolosamente a quella sottile linea rossa che divide la genialità dalla follia (e dalla sterile provocazione). La cosa certa è unica e sola: come i Meshuggah ci sono solo i Meshuggah. Bastano ed avanzano.
Dario Adile
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