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Che la Deep Elm prima o poi decidesse di dare un prosieguo alla fortunata formula dei famigerati ed imprescindibili Emo Diaries, era largamente prevedibile. Che riuscisse a scovare e mettere assieme una tale, impressionante, successione di promettenti stelle del firmamento indie, era quasi inimmaginabile. Ecco allora il primo atto della nuova rassegna “This Is Indie Rock”, antologizzato dall’etichetta di Charlotte come una foto di gruppo che fa finalmente cadere ogni barriera stilistica in seno a quello che era stato stigmatizzato come emo-indie-rock. Dodici inediti per altrettante band del sottobosco statunitense e mondiale (i The Pit That Became A Tower provengono da Gerusalemme, i Throat sono irlandesi) senza lasciarsi condizionare da nessun tipo di preconcetto o limitazione (Joanna Erdos canta come una Norah Jones più soul e più vintage, giungendo ad eccellenti livelli di lirismo). A parte i Clair De Lune, forse il nome più noto della raccolta in virtù del fenomenale debut-album “Marionettes”, la compilation propone vere e proprie sorprese in un insieme variopinto ed appetitoso, che accomuna riferimenti al nuovo e al vecchio, diluiti tra qualche gustosa canzonaccia punkettara quasi da spiaggia (Lakota) e qualche malinconica ballata acustica (Second Hand Stories), all’insegna della filosofia indipendente del ‘do-it-yourself’. Rivolta a tutti coloro che posseggono sguardo lungo e spiccato senso critico, questa antologia pesca a piene mani nell’habitat delle generazioni più giovani, offrendo una panoramica multiforme sugli emergenti da tenere assolutamente sott’occhio e che dimostrano il buono stato di salute del rock d’oltreoceano. Dalle prelibate delicatezze alt-country à la Wilco dei Leaving Rouge all’assalto new-rock’n’roll pazzoide dei Dino Velvet, dalle simmetriche ritmiche artificiali dei The Blind King al crescendo emozionante e commovente dei Winter In Alaska, non c’è una sola canzone che non valga la pena di ascoltare col tasto ‘repeat’. Davvero non male, se si pensa che dopo la fine di Pavement, Sebadoh e compagnia bella qualche povero sprovveduto aveva dato per spacciato l’indie-sound. E invece. Senza dubbio una delle più belle compilazioni dell’anno e la Deep Elm che si candida definitivamente a migliore etichetta del globo terracqueo.
Flavio Ignelzi
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