|
La nostrana ed intraprendente Dragonheart ci propone la ristampa di "Open The Gates" dei Manilla Road, album uscito originariamente nel 1984 su Black Dragon Records, al quale, per arricchire maggiormente la proposta, sono state aggiunte anche due bonus-track dal vivo. Partendo dall'hard-rock dei '70 (nella fattispecie dai toni cupi di mostri sacri come Black Sabbath, Blue Oyster Cult e High Tide), i Manilla Road arrivarono a sviluppare, a metà anni ottanta, un metal sound sapientemente mediato con certi Judas Priest e con certa NWOBHM più epica e maestosa. Se a questo si aggiunge l'ampio retaggio culturale di Mark Shelton (che ha suonato di tutto, dal pianoforte alla batteria, e che ha iniziato in piccoli gruppetti di jazz e country), otteniamo un quadro
abbastanza esauriente del suono dei Manilla Road. Si tratta di un heavy metal epico e fiero, contraddistinto dalla voce rauca, potente e spesso rabbiosa di Shelton e da atmosfere oscure e magniloquenti. Non a caso il disco è incentrato sull'epopea di Re Artù e, in generale, possiede quell'alone di mistero e misticismo tipico dei concept-album di una volta. Il disco parte sparato con "Metalstorm", un up-tempo assolutamente furibondo e al tempo stesso altisonante. La title-track è incentrata sulla prova vocale drammatica e spietata di Shelton, mentre "Astronomica" si avvolge di un impalpabile strato di oscurità, brutalizzando i dettami fondamentali del blues con le armi del metal. "Weavers Of The Web" è proto-epic-metal dai sapori vagamente prog, mentre con "The Ninth Wave" si giunge all'apice artistico dell'album: una lunga (nove minuti e mezzo!) track semplicemente inquietante ed ipnotizzante nel suo conturbante incedere ciclico. "The Fires Of Mars" procede su tempi medi solenni e coinvolgenti, mentre "Witches Brew" è un ulteriore esempio di dark-epic-metal di pregevole fattura. L'edizione della Dragonheart di "Open The Gates", rimasterizzata digitalmente ai Cornerstone Studios da Steve Falke e che gode sempre della splendida copertina originale di Eric Larnoy, è, in sostanza, un ottimo modo per rivalutare (o per riscoprire) una cult-band che avrebbe certamente meritato di più.
Flavio Ignelzi
|
|