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Decimo e ultimo capitolo degli Emo Diaries, l'opera enciclopedica della Deep Elm che è stata in grado di ospitare alcuni tra i più bei nomi dell'emo rock mondiale, famosi (Jimmy Eat World, Samiam, Movielife, Further Seems Forever) e meno famosi, cercando di abbattere ipotetiche barriere stilistiche e concettuali. Coinvolti in quest'ultimo giro dodici gruppi, tutti agli inizi, accomunati soltanto dall'attitudine indie, ma con sonorità che spaziano dal noise al punk, tra flussi di agghiacciante immobilità sentimentale, interferenze fra rumore e silenzio, masturbazioni rock oltre il concepibile, fino ad un insospettabile epilogo acustico. Innanzitutto gli Oliver da Portland, che partono ad alti livelli, con una "Straightest Jacket" dalle atmosfere melodiche ed adolescenziali tipiche, da che mondo è mondo, della scuola emo-core tradizionale (siamo già a questo!). Si risolve bene anche l'incontro con i My Name Is Nobody: le belle intuizioni della band sono calate in un contesto screamo (filtri vocali quasi maligni) con atipici intermezzi metal-core, ma che potrebbero piacere anche ai non amanti del genere. Le atmosfere californiane dei The Holiday Plan (ma loro sono di Londra), la strabiliante profondità emotiva dei Sounds Like Violence e le atmosfere noir dei Latitude Blue, tra Nick Cave e brit-pop, fanno il resto e rendono "The Hope I Hide Inside" una raccolta da possedere assolutamente. Da segnalare ancora le dissonanze dei graffianti Lock And Key, le delicatezze voce & chitarra dei The Silent Type, che ci regalano una struggente ballata confidenziale, e dei Lost On Purpose, con un lento beatlesiano tradizionale ma efficace. Note positive anche per gli sghembi Hercules Hercules, una voce filtrata sopra una sincope funkettara e percussiva, e per i deliziosi Lukestar, leggeri, sguscianti, con chiare derivazioni anni ottanta. Nessuna delusione nel corso della raccolta della Deep Elm, come era accaduto d'altronde anche per i nove capitoli precedenti. Un'operazione che vista nella sua interezza assume le sembianze di indispensabile compendio dell'emo-core, con uno sguardo non prevenuto a tutti i generi affini e alle molte realtà artistiche non statunitensi (che forse rappresentano la parte più interessante dell'opera). Senza dubbio da possedere in blocco.
Flavio Ignelzi
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